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Il disprezzo della docenza


E’ grave, degno di attenzione ed indignazione quello che sta accadendo dentro questo Ateneo, a partire dalla questione mensa. Mentre al PTA viene tolto il buono pasto cartaceo e si mette in piedi un rigido sistema di controllo per far cassa sul nostro cibo, ai docenti viene prorogato con grande generosità il servizio di mensa (CdA del 22/05/12). Professori e ricercatori, pur avendo stipendi di molto superiori alla media del PTA, non sono oggetto di un controllo sui rientri effettuati perché loro non timbrano, limitandosi a produrresemplici autocertificazioni.

C’è da tirare la cinghia – dicono – ma a rimetterci sono sempre i soliti, mentre la casta fa quadrato e non rinuncia ai propri privilegi. Le indennità ai dirigenti aumentano, non si sa in base a quale criterio… il nostro accessorio invece non viene pagato, ma ciò che più ci fa star male è il constatare come ogni giorno che passa aumenti il DISPREZZO DELLA DOCENZA nei nostri confronti. Salario accessorio e buoni pasto sono elementi parziali di un contesto generale in sfacelo, un quadro complessivo che si chiama fallimento della gestione baronale dell’autonomia universitaria e del potere. Lungi dal riconoscere un ruolo organizzativo funzionalmente diverso ma complementare, abituati ai soli rapporti servili dei domestici di casa, in loro, nel profondo, è connaturato il disprezzo nei confronti del personale tecnico-amministrativo, “gli inferiori”, la “classe subalterna”.

L’ Ateneo, nel 2012, pensa che i propri lavoratori siano semi-analfabeti da ammansire con l’insopportabile e fasulla retorica della “valorizzazione del personale”, del “fondamentale ruolo del PTA”, con il fardello offensivo e logoro della narrazione paternalistica, che nella sostanza della vita concreta dentro i luoghi di lavoro si scontra con una realtà ben diversa, dove l’acredine si respira giorno per giorno e non c’è accademia che tenga.

Il PTA ha un livello di preparazione, di istruzione e di competenze di altissimo livello, ma la macchina del potere non glielo riconosce, perché lo relega a strumento passivo dell’unico essere dotato di intelligenza: il docente. Il nuovo statuto (come il vecchio), con l’odioso voto ponderato (servono 12,5 teste di tecnico-amministrativo per farne 1 di un docente) e le discriminazioni assurde rispetto alla docenza, costituisce uno schiaffo morale che scava dentro le coscienze.

La riforma Gelmini ha dato il colpo di grazia ad una situazione già critica, innescando nuove lotte tra potentati accademici per la gestione dei centri di potere. In realtà, la lotta diventa sempre più feroce, conseguenza del contesto economico globale in notevole cambiamento, che erode anche il ruolo della docenza, perché diminuisce il valore intellettuale del loro lavoro e, in una Università che si vuole sempre più privata, anche i docenti si ritrovano a dover prendere ordini da qualcun altro. All’interno di questa lotta, l’amministrazione è fatta a brandelli, perché negli anni è stata spacchettata secondo gli appetiti delle cordate. Si è scelta pertanto la via autoritaria, conseguenza ineluttabile dell’inadeguatezza e della pratica dell’obbedienza a cui molti colleghi e colleghe si sono purtroppo allineati.

A tutto questo dobbiamo opporci, singolarmente e collettivamente, prima di tutto con una ritrovata dignità, la coscienza di appartenere ad una categoria che se non fosse svilita avrebbe un ruolo di grande importanza sociale. Non avremo mai condizioni economiche migliori se ci daremo per vinti, se ci arrenderemo all’idea che l’Università è sempre andata così e pertanto andrà così per sempre, ovvero se considereremo ineluttabile il suo sistema di governo inefficiente e classista.

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