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La sciagurata Autonomia Universitaria


In nessun paese al mondo l’Università è pagata da tutti i contribuenti ma è gestita da soli universitari, secondo un modello di assoluta autoreferenzialità, senza dover rendere conto né a chi finanzia gli atenei (lo Stato, il Ministero) né soprattutto ai portatori di interessi pubblici, ovvero gli studenti e le famiglie. Allo stato attuale, tutto il potere degli atenei, sia a livello di elezione delle cariche, sia a livello di reclutamento del personale, ha origine e fine nel corpo accademico che agisce quindi, attraverso i gruppi di potere locali e le varie lobby disciplinari, come il padrone assoluto dell’Università italiana, in modo del tutto deresponsabilizzato.

Nelle altre parti del mondo non è affatto così. Nei sistemi anglosassoni si è trovato un bilanciamento dei poteri interni ed esterni attraverso i “board of trustees”. In Francia il Rettore è un funzionario ministeriale con poteri di controllo sulla vita dell’Ateneo. Anche in Svezia, Olanda e Austria si è imboccata la strada opposta a quella italiana dell’autonomia universitaria, ci si è indirizzati verso la nomina politica (ministeriale o regionale) nella convinzione che l’Università, in quanto bene pubblico, non possa essere gestita dagli attori interni, in conflitto di interessi, ma debba essere organizzata per rappresentare gli interessi dell’intera società.

In una società avanzata il meccanismo di partecipazione alle decisioni della governance da parte dei lavoratori e delle lavoratrici è senz’altro interessante e va rinforzato, ma deve avere dei contrappesi per garantire decisioni responsabili e soprattutto deve essere un sistema realmente democratico, non un modello di predominio di una categoria di lavoratori sopra le altre

L’autonomia universitaria in Italia, lungi dall’essere interpretata nel senso originario di garanzia della libertà di ricerca e didattica, si è concretizzata in uno strumento di appropriazione, un mezzo per la riproduzione dei rapporti di potere interni, escludendo dalla partecipazione democratica tutte le componenti universitarie diverse dalla docenza, relegate a ruolo subalterno, prive di ogni possibilità reale di sviluppare e mettere a disposizione, attraverso un confronto paritario, le proprie intelligenze e la propria professionalità.

La ferrea sorveglianza del sistema baronale sull’intero sistema universitario, una sorta di inespugnabile fortino tragicamente arroccato in difesa, si ripercuote su ogni aspetto della vita universitaria, ad esempio sulla possibilità di avanzamento di carriera del personale tecnico amministrativo, vittima della predazione dei punti organico da parte dei direttori di dipartimento, con conseguente insoddisfazione, apatia e avversione per un’organizzazione che esclude e mortifica, infatti il PTA ha il tasso di mobilità in uscita verso altri comparti della pubblica amministrazione più alto di tutto il pubblico impiego.

È necessario intervenire sulle leggi che hanno sancito la sciagurata autonomia universitaria, per come la conosciamo oggi, dalla legge n. 168 del 1989 fino alla legge n. 240 del 2010, che ha dato vita a logiche sempre più corporative, localistiche e spartitorie.

In questi giorni, nella nostra Università, si discute della modifica del voto ponderato per l’elezione del Rettore da parte del personale tecnico amministrativo, dei ricercatori a TD e degli studenti. È una discussione surreale poiché finalizzata ad elargire qualche inutile punto percentuale aggiuntivo, avendo l’accortezza che tale modifica non metta in discussione l’ordine costituito. Un’imbarazzante gattopardesca perdita di tempo e di risorse pubbliche, di cui si conosce già l’esito e cioè che nulla deve cambiare.

Finché non ci sarà un’idea nuova, inclusiva e innovativa di università, si resterà sempre nell’alveo del feudalesimo e, dentro un sistema affamato ed irresponsabile come quello attuale, è più che giustificato e comprensibile, per coscienza civile, contenere l’aumento del finanziamento pubblico agli atenei.

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